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DOCG, DOC, IGT: che cosa dice davvero la piramide italiana

Le sigle in etichetta indicano quante regole ha rispettato un vino, non quanto è buono. Sapere che cosa garantiscono — e che cosa non garantiscono — cambia il modo di comprare.

Tre sigle, una sola idea

Il sistema italiano nasce con la legge 930 del 1963 e la prima denominazione di origine controllata viene assegnata nel 1966 alla Vernaccia di San Gimignano. Nel 1980 arriva il gradino superiore, la DOCG, con le prime quattro: Barolo, Barbaresco, Brunello di Montalcino e Vino Nobile di Montepulciano. Nel 1992 si aggiunge l'IGT, l'indicazione geografica tipica.

Dal 2009, con la riforma europea, tutto è confluito in due categorie comunitarie: DOP e IGP. L'Italia ha scelto di conservare le sigle storiche, così DOCG e DOC sono formalmente due livelli dentro la DOP, e l'IGT corrisponde all'IGP. È il motivo per cui su una stessa bottiglia si possono leggere sia "DOC" sia "DOP": non è un errore né una doppia certificazione.

Che cosa cambia concretamente fra un gradino e l'altro

Ogni denominazione ha un disciplinare, un documento che stabilisce la zona esatta, i vitigni ammessi e le loro percentuali, la resa massima per ettaro, la gradazione minima e i tempi di affinamento. Salendo la piramide i vincoli si stringono: l'area si restringe, le rese calano, l'affinamento si allunga. Una DOC può coprire una provincia intera; una DOCG di solito copre poche colline.

La DOCG aggiunge due obblighi che le altre categorie non hanno: l'esame organolettico da parte di una commissione prima dell'imbottigliamento, e la fascetta di Stato numerata applicata al collo o alla capsula, che rende ogni bottiglia tracciabile. Quando in enoteca vi dicono di controllare la fascetta, è di questo che si parla.

L'IGT lavora al contrario: zona ampia, elenco di vitigni molto più largo, pochi vincoli di affinamento. Non è una categoria di serie B, è una categoria permissiva.

Perché la piramide non è una classifica di qualità

La prova storica sta in Toscana. Negli anni Settanta alcuni produttori di Bolgheri e del Chianti iniziarono a usare Cabernet e Merlot, o Sangiovese in purezza senza le uve bianche allora obbligatorie: vini fuori disciplinare, dunque declassati a semplice vino da tavola. Erano i cosiddetti Supertuscan, e costavano più di quasi ogni DOCG dell'epoca. L'IGT nel 1992 nacque in larga parte per dare una collocazione legale a quei vini.

La lezione vale ancora. La sigla dice che il produttore ha rispettato un regolamento, e i regolamenti sono il frutto di negoziati fra molti soggetti: garantiscono l'origine e una soglia minima, non l'eccellenza. Dentro la stessa DOCG convivono bottiglie eccezionali e bottiglie industriali corrette.

Come usare tutto questo davanti allo scaffale

La sigla è la prima informazione utile, non l'ultima. Dice da dove viene il vino e con quali regole è stato fatto: leggetela per capire lo stile che vi attende, non per stabilire una gerarchia. Un Chianti Classico Annata e un Chianti Classico Gran Selezione hanno la stessa DOCG e sono due vini distanti.

Le informazioni che discriminano davvero sono altre: chi lo produce, da quale zona precisa, di quale annata, con quale affinamento. Una DOC piccola con un produttore serio batte quasi sempre una DOCG celebre comprata al buio. E se un vino vi è piaciuto, annotate il produttore prima della denominazione: è l'unico dato che si ripete di bottiglia in bottiglia.

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Gino, your AI sommelier