Il Friuli-Venezia Giulia occupa il nord-est al confine con la Slovenia e la sua reputazione poggia quasi interamente sui bianchi. Le zone chiave sono il Collio e i Colli Orientali del Friuli, entrambe collinari e su ponca — una marna arenacea che drena con forza e mette la vite sotto uno stress produttivo — con il Friuli Isonzo nella pianura sottostante.
Il vitigno simbolo è il Friulano, chiamato Tocai Friulano fino al 2007, quando una decisione europea a tutela del nome ungherese impose il cambio. Dà un bianco secco con una caratteristica chiusura di mandorla amara. L'altra autoctona di rilievo è la Ribolla Gialla, tesa e agrumata; la regione produce inoltre alcuni fra i Pinot Grigio e i Sauvignon italiani più convincenti.
L'influenza maggiore del Friuli sul vino contemporaneo è partita da Oslavia, sul confine sloveno, dove dagli anni Novanta produttori come Gravner e Radikon sono tornati a fermentare le uve bianche sulle bucce per settimane o mesi, spesso in anfore interrate. Il risultato — ambrato, tannico, ossidativo — è diventato il modello di ciò che il mondo anglosassone chiama oggi orange wine.
I rossi esistono e meritano più attenzione di quella che ricevono: il Refosco dal Peduncolo Rosso, scuro e di acidità tagliente, e lo Schioppettino, pepato e aromatico, entrambi quasi perduti ed entrambi recuperati in tempi recenti.